La passione degli eruditi nel Seicento per la stampa

Angelico Aprosio ebbe grande passione per la stampa, anche quale legatore ed esperto di tipografia, sì da nutrire orrore per le sviste e gli errata corrige pur essendone anche lui vittima; amantissimo, anche se non solo, di libri riccamente e artisticamente incisi.

Aprosio instaurò a Venezia profonda amicizia con lo stampatore Jacopo Sarzina nella cui tipografia imparò l’arte della composizione a piombo: narrando poi nello stesso testo le vicissitudini del Sarzina e della di lui libreria anche dopo l’avvenuta sua morte nel 1639″.

Contemporaneamente fece sua l’abilità di legatore e restauratore, che esercitò anche in seguito al ritorno a Ventimiglia (IM), non senza il faticoso superamento di opposizioni varie, una volta definitivamente finalizzata la sede della “Biblioteca”, con il sopraelevamento del “braccio orientale” – su progetto e guida dei lavori ad opera di Padre Fabiano Fiorato – (sempre onerosissima, specie dal punto burocratico, la modificazione di una struttura conventuale, tanto che la fine dei contenziosi fu soprattutto agevolata dalla morte improvvisa del principale nemico di Aprosio, soprannominato sprezzantemente da Angelico “Tragopogono”.

Entro questa stessa sua “Libraria”, in uno spazio eletto a laboratorio per tale servizio di mera attività manuale, di maniera che ancor poco prima della sua morte si dedicò (dopo anni di solitario e duro lavoro non più da solo ma con l’ausilio del discepolo e successore Domenico Antonio Gandolfo del cui arrivo e della cui collaborazione si rallegrò in una lettera al bibliotecario mediceo Antonio Magliabechi) al restauro di volumi tanto preziosi quanto malandati. Indice d’un innato amore per i libri, tanto da averne io stesso, per qualche indecifrabile via tanto legato ad Aprosio, come sostenne un celebre critico letterario, sentito il bisogno di narrare una storia, dove si mescolano realtà e fantasia, sulla sua totale dedizione a quelle che per lui era una missione se non un’arte, la bibliofilia interagente con la biblioteconomia, racconto intitolato Il dono dei Magi, notte dell’Epifania, 1681 Ventimiglia, Biblioteca Aprosiana che si può leggere qui intieramente digitalizzato.

Aprosio sviluppò, inoltre, nel contesto dell’arte della stampa rapporti stretti con l’attività di librai, di pittori (specie pittori genovesi) e di incisori. Intensi furono anche i rapporti culturali e la la corrispondenza tra questi intellettuali ed artisti – usi pur tra loro e i dotti committenti – anche a versificare nell’accompagnare le proprie opere ed anche in dialetto genovese -.

Non erano tempi facili e ne risentiva anche l’arte, comprese le incisioni per i libri spesso sottoposti a censure o per i testi o per le immagini: le nudità e le rappresentazioni rinascimentali un tempo acclamate erano ora a volte giudicate oscene e perseguibili.

A titolo integrativo giova comunque ricordare che Aprosio amava la pittura, tanto che chiamò la sua Biblioteca molto spesso Museo, alla sorta di una Wunderkammer non priva di una Quadreria purtroppo in seguito in gran parte dispersa… che poi era sostanzialmente una vasta raccolta di ritratti di suoi amici e sostenitori, non escluse le rappresentazioni di personaggi connessi alla Scienza Nuova, da Gian Domenico Cassini a Francesco Redi (pur se sussistono dubbi, nonostante le promesse fatte dallo scienziato se il ritratto tanto ambito del Redi sia realmente giunto a Ventimiglia atteso un certo disamoramento, poi forse superato, del Redi verso l’Aprosio, attesi anche gli interessi rediani in botanica, compresa un’interessante opera su quelle palme che caratterizzavano il paesaggio del Ponente Ligure).

Aprosio ne La Biblioteca Aprosiana, Passatempo Autunnale di Cornesio Aspasio Antivigilmi… – suo noto repertorio biblioteconomico – sotto pseudonimo, anagramma puro – edito nel 1673 per Manolessi a Bologna – scrisse emblematicamente Lo stampare libri con Maestà di carta, e di caratteri, è cosa da Rè. Col danaro, che egli consumò nello stampare la metà del libro, io l’haverei stampato intero. Con poco panno non posson farsi grandi le vestimenta (metà. pag. 584) e, sempre parlando delle postume Vite dei pittori genovesi del Soprani, Aprosio annota, a prova del suo citato amore per i libri belli con splendide incisioni La Pittura non è stata derelitta così nel particolare, come nell’universale. De’ Pittori Genovesi, e dello stato prese a scrivere con grandissima diligenza il candidissimo Soprani, e il libro adorno di molti ritratti in Rame de’ più principali Artefici, delineati dall’impareggiabil mano di Domenico Piola, novello Apelle, stà apparecchiato, havendolo io per qualche mesi havuto nelle mani

Siffatto amore dell’Aprosio per i libri graficamente ornati da eccellenti incisori su disegni di pittori noti era sì una passione aprosiana (come il “Genio Ligure Risvegliato” di G. B. Veneroso), ma spesso causa di affannose e lunghe se non vane ricerche. Il mecenate dell’Aprosiana Gio Nicolò Cavana (in una delle poche lettere dell’epistolario aprosiano rimaste a Ventimiglia dopo l’asportazione napoleonica dell’operazione Semini) scrisse ad un soddisfattissimo Aprosio di esser entrato in possesso di un libro dal frate tanto vanamente cercato, cioè la Ferrara d’Oro dell’Abate Antonio Libanori, cui il frate ventimigliese dedica un breve quanto intenso stralcio…

Se l’opera del Libanori gli pervenne poi grazie ai servigi della famiglia Cavana, altri tomi ambiti non ebbe la fortuna assimilarli ed in particolare il Fato negò ad Aprosio d’accostarsi ad un libro che il frate sapeva in corso di ideazione e preparazione, e che più di tutti, avrebbe voluto se non possedere almeno vedere, specie per le splendide incisioni, ovvero “Il libro dei Trionfi di Caio Giulio Cesare” …

E’ comunque indubbio che nell’ideologia aprosiana, a pro delle arti figurative, anche sotto forma di incisioni entro i volumi, doveva aver avuto influsso il pensiero del Cardinale Sforza Pallavicino, che si sublimò in quella sua monumentale opera che è il Del Bene (edita per la I volta nel 1644, dialogo in 4 libri, uno dei maggiori trattati di estetica del Seicento: qui integralmente proposto in versione digitalizzata da volume del 1685) e che tanta influenza ebbe sulle arti … e che in più parti del lavoro affrontò il tema dell’ imitazione poetica e pittorica e, pur biasimando la rappresentazione gratuita di oscenità, propose nel contesto del libro II, parte I, capitolo XXIX la qui digitalizzata riflessione “Si prende opportunità di sciorre un’opposizione di Platone contra la Pittura“.

Eppure nell’opera del correttore, specie se autore, qualche refuso compare, nonostante ogni buona volontà: e, anche se Aprosio si riferisce all’errata-corrige del repertorio vero e proprio, nell’ampia e importante parte introduttiva resta, con altri, un refuso davvero grave, specie in forza dell’epoca, ove ognuno voleva esattamente esser indicato e spesso con i titoli propri, specie se omaggiatore di qualche “complimento poetico” = ed è qui il caso di quanto si trova a pagina XXVIII ove, tuttora, compare un inesistente Giulio Anonio Fracnhi in luogo del reale Giulio Antonio Franchi

di Bartolomeo Durante in Cultura-Barocca

La passione degli eruditi nel Seicento per la stampaultima modifica: 2018-12-20T11:36:41+01:00da amaini
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