La difesa del Savio in Corte

Matteo Peregrini o Pellegrini (Liano, Bologna, 1595 – Roma 1652), fu autore di scritti di filosofia morale e di estetica.

Laureato a Bologna in filosofia (1620) e in teologia (1622), ordinato sacerdote ed entrato nel favore del cardinale legato Antonio Barberini, vi tenne cattedra di logica; seguì il patrono a Palestrina, Fermo e Viterbo.

Nel 1637 entrò a servizio della Repubblica di Genova come consultore; tornato nel 1649 a Bologna fu primo segretario del senato.

Nel 1650 passò a Roma, custode della Biblioteca Vaticana. Scrisse opere di filosofia morale: Il Savio in Corte, in 4 libri (1624), cui Giovan Battista Manzini contrappose Il servire negato al Savio, e il Peregrini rispose con La difesa del Savio in Corte (1634); Della pratica comune a’Prìncipi et a’servitori loro (1634); La politica massima divisa in 17 declamazioni (1640, 1641).

Più interessante la sua opera di estetica Trattato delle acutezze (1639), a torto accusato di plagio da V. G. de Lastanosa, editore (1646) di El Discreto (opera di B. Gracián, che effettivamente presenta con il Trattato alcuni punti di contatto, secondo Benedetto Croce), che il Peregrini rimbeccò con I Fonti dell’ingegno ridotti ad arte (1650), a ragione perché il suo scritto è certo anteriore a quello dello spagnolo.

Nel Trattato delle acutezze, che viene dopo gli anni del dibattito intorno al Marino, Peregrini distingue nettamente la facoltà dimostrativa dell’intelletto, che ha per oggetto la verità e tende come risultato a una chiara connessione sillogistica, dalla facoltà creativa dell’ingegno, che ha per oggetto la produzione originale del bello attraverso l’uso dell’artificio.”L’artificio” – afferma Peregrini – “ha luogo solamente, o principalmente, non già nel trovare cose belle: ma nel farle”. Nella direzione di una valorizzazione dell’artificio quale essenza della significazione ingegnosa, Peregrini afferma che “l’acutezza mirabile si regga molto più dall’apparenza che dalla realtà“.

L’acutezza che egli predilige è quella “verbale” che piace per l’artificio e non per la materia; né del modo di fare le acutezze egli dà regola, limitandosi a distinguere le pure (seriose o sensate o forti; giocose o graziose o ridicole) dalle miste (che combinano i tipi precedenti).

Giunto così a intravedere la moderna teoria della forma letteraria “non più ornamento ma veicolo del pensiero” (Croce), Peregrini ha intuizioni notevoli a proposito della rivalutazione del concetto di apparenza, su cui pesavano i pregiudizi della tradizione filosofica occidentale e anche per altri aspetti, come nell’analisi del comico, si distingue dagli altri teorici del Seicento, favorevoli e sfavorevoli al concettismo.

La mancanza di interessi enciclopedici affini a quelli del Tesauro, la concezione severa di una letteratura regolata da disciplina, ordine e decoro anche nell’uso delle acutezze, la predilezione accordata alla prosa dei moralisti piuttosto che alla lirica, chiudono però Peregrini nei limiti di una critica intellettualistica e scolastica, facendone il savio sostenitore della moderazione e del discorso serioso, patetico, attento alle ragioni del cuore che verrà teorizzato in quegli anni da Pallavicino Sforza.

da Cultura-Barocca

La difesa del Savio in Corteultima modifica: 2018-11-23T16:55:40+01:00da amaini
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