Una condanna dell’avarizia nel Seicento

 

 

Molte pagine redasse contro l’”Idra” della FRODE NEI SUOI MOLTEPLICI ASPETTI – non esclusi quelli della “Frode Mistica” contro i cui perpetratori anche perché giudice ecclesiastico dovette talora impegnarsi – l’erudito ventimigliese Angelico Aprosio ma particolare acredine dimostrò sempre contro Usura e contro l’Avarizia (vedi qui Miniatura genovese dell’usura): contro quest’ultima dopo aver composto già il Capitolo XV della sua Grillaia (qui digitalizzato) riprese il tema in un’opera rimasta inedita e specificatamente nel qui proposto “Cap. XV dello Scudo di Rinaldo II dedicato a F. Nomi sviluppò diverse e nuove tematiche = sui religiosi avari, sull’episodio di un Frate avarissimo o “Crematofilo” ma anche “Filocremato” icona dell’avarizia in una vivace descrizione ambientata a Santo Stefano al Mare (IM) – un’ epocale riprovevole costumanza del tempo quale l’uso praticato anche da religiosi di portarsi l’oro nella tomba, anche, per sfuggire ad eventuali eredi, facendosi tagliare il cadavere per inserirvi nascostamente le proprie monete d’oro

Camporosso (IM) – Chiesa del Suffragio (Oratorio dei Neri)

Un Aprosio che già verosimilmente avversò a Camporosso (IM) il lavoro alla Chiesa del Suffragio dell’architetto di Perinaldo (IM) Francesco Marvaldo (Marvaldi) Candrasco – e che a detta de “Il Ventimiglia” entro lo “Scudo di Rinaldo II” era talmente avaro sì da venir detto “Crestofilo” e “Filocremato”, cosa ancor più riprovevole negli ecclesiastici esser avidi di favori e denaro e nel contempo avaro al limite estremo di non mangiare per accumular soldi, sì da esser sorpreso da da Aprosio nel Borgo di Santo Stefano sul punto di svenire a causa di inedia e da esser condotto dal Bibliotecario, impietositosi a suo dire, a mangiare in una vicina osteria per riprendere un poco di forza…

da Cultura-Barocca

Una condanna dell’avarizia nel Seicentoultima modifica: 2018-11-02T09:33:08+01:00da amaini
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