L’autore degli Elogi accademici della Società degli Spensierati di Rossano

Giacinto Gimma nacque a Bari il 12 marzo 1668 da Giovanni e Antonia Catalano. Di origini modeste – il padre era calzolaio – perse la madre e due sorelle quando era ancora in giovane età, nel luglio 1677.
Sulla formazione del Gimma possediamo poche ma precise notizie, grazie a tre carte di appunti autobiografici in un suo manoscritto (Bari, Bibl. nazionale, Fondo D’Addosio [indi Fondo D’Addosio], I.10, cc. 134r-136v).
Fu educato dapprima nel seminario della città natale, dove studiò i rudimenti della lingua latina, e poi, a partire dal 1681, nel collegio gesuitico, dove frequentò il corso di umanità.
Qui ebbe come maestri per la retorica G. Putignani; per la logica M. Magnesio, rettore del collegio, e U. Raggi; per la fisica lo stesso Raggi e D. Ramires; per la teologia P. Marra. In quegli stessi anni il Gimma seguì anche le lezioni di logica tenute nella chiesa di S. Domenico da P. Cirignola e fu introdotto agli studi giuridici dall’arciprete O. Pynis.
Risale al 1683 l’incontro con il carmelitano T.A. Astorini, seguace delle dottrine dei “moderni” e in particolare del pensiero del suo conterraneo T. Cornelio.
L’Astorini, di passaggio per Bari, vi si fermò per circa un mese e nel locale convento dei carmelitani tenne, sempre stando alle citate notizie, alcune lezioni pubbliche sugli Elementi di Euclide.
Il Gimma, secondo quello che egli stesso dichiara (Elogi accademici della Società degli Spensierati di Rossano, I, Napoli 1703, p. 396), sarebbe entrato in confidenza con l’Astorini e lo avrebbe frequentato assiduamente, tanto che il carmelitano gli avrebbe mostrato e illustrato vari suoi lavori manoscritti.
Ma, forse, una maggiore influenza dell’Astorini sulla formazione intellettuale del giovane Gimma la ebbe il gesuita G. Sagges, con il quale nel 1688 studiò privatamente la gnomonica, suggellando così il suo primo periodo di formazione.
Del tipo di cultura posseduta dal Gimma negli anni che precedono il soggiorno napoletano è testimonianza il primo dei quattro volumetti della Sylva rerum notabilium (Fondo D’Addosio, I.50-53), uno zibaldone di notizie tratte dai più svariati autori, di riflessioni abbozzate e altro, cui il G. attese a partire dagli anni giovanili fino a pochi mesi prima della morte.
Che almeno il primo dei volumetti raccolga appunti relativi a corsi seguiti da giovane sembrerebbero attestarlo una nota in margine alla c. 202r (“scritta in Bari nel 1685 essendo studente di logica”) e le date di pubblicazione delle opere citate, tutte precedenti al 1690.
Il volume contiene, tra l’altro, un breve compendio della volgarizzazione eseguita da P. Segni del trattato Della locuzione di Demetrio Falereo, seguito da parti del commento di F. Panigarola; degli appunti sull’età di Adamo e su Noè tratti “dalle storie del padre Gio. Stefano Menochio gesuita“; un trattatello teso a negare valore all’astrologia giudiziaria ispirato a F. Suarez e alla scuola di Coimbra; una descrizione del sistema astronomico di G.B. Riccioli; dei “laberinti metametrici” presi da J. Caramuel; i cenni, estesi, all’Hortus medicinae di J.B. van Helmont e uno scritto sul tema delle qualità occulte che risente del gassendismo.
Nell’aprile 1688 il Gimma ricevette i primi due ordini minori – era già chierico dal 1682 -, e di lì a pochi mesi, nell’ottobre, partì per Napoli per completare gli studi giuridici presso la locale università, dove si addottorò in utroque iure nel giugno 1696. Purtuttavia, gli interessi prevalenti del G., già negli anni napoletani, furono altri e lo portarono ad approfondire le conoscenze di matematica sotto la direzione di G. Cicatelli e, secondo D. Maurodinoia (Orazione in morte del celebre signor G. G., Fondo D’Addosio, I.40, c. 4r), di idrostatica e astronomia con il gesuita N.P. Giannettasio.
Inoltre, abbiamo notizia di una sua frequentazione della Biblioteca Brancacciana, dove avrebbe consultato soprattutto opere di erudizione.
Tra queste un posto particolare è da assegnare alla Encyclopaedia septem tomis distincta di J.H. Alsted (Herbornae Nassoviorum 1630), per la lettura della quale il G. fece istanza al S. Uffizio che accordò licenza nel giugno 1693 (Fondo D’Addosio, I.116, c. 23r).
Gli stimoli forniti da queste letture e quelli provenienti dall’ambiente intellettuale napoletano da lui frequentato sfociarono in una Nova Encyclopaedia – cominciata nel 1692 e rimasta incompiuta (ibid., I.113-116) e inedita.
Secondo il piano esposto dal Gimma stesso nell’Idea della storia dell’Italia letterata (II, Napoli 1723, pp. 831 s.), l’opera si sarebbe dovuta articolare in sette libri, il primo dei quali avrebbe dovuto trattare di teologia – ma includendo anche temi di cabala e di mnemotecnica -, il secondo di fisica e scienze naturali, il terzo di matematica, il quarto di astronomia e forse astrologia, il quinto “delle filologiche scienze”, il sesto di etica e il settimo “di tutte le arti meccaniche”. I quattro codici a noi giunti comprendono, seguendo l’accorpamento proposto dallo Iurilli (Introduzione, p. 335), parti dei libri primo, secondo e quinto, nonché il proemio del libro terzo.
Scopo dell’opera sembrerebbe quello di aggiornare la tradizione pansofica lulliano-ramista, che sul finire del secolo si presentava in forme giudicate dal G. ormai superate dagli strumenti metodologici della nuova scienza, e giungere così a un nuovo sistema generale del sapere, che, pur rinnovato nell’approccio alle singole parti, conservasse l’afflato profondo alla conquista di una conoscenza riassuntiva di ogni altra conoscenza.
La Nova Encyclopaedia si apre con una parte introduttiva, che contiene un elenco di quelli che a parere del Gimma sono stati i maggiori tentativi di costruire un piano organico del sapere e una loro critica, completata da una esposizione del suo concetto di enciclopedia e delle sue articolazioni interne.
Segue una discussione sulla teologia, distinta in theologia scripturalis e theologia scolastica, cui va probabilmente aggiunta una incompleta theologia practica seu moralis.
La caratteristica più significativa di questa tematica è la stretta connessione postulata tra cabala e theologia scripturalis, che giunge fin quasi all’identificazione, e il confluire in essa di orfismo ed esoterismo, tanto che, a partire da questo dato, taluni (Vasoli, Iurilli) hanno parlato di un Gimma eclettico erede della tradizione ermetica.
Dei restanti libri, la parte conservata del quinto è dedicata a temi quali la retorica, la poetica, la storiografia, i generi letterari; quella del secondo alla fisica, intesa come sapere che contempla oltre la pura disciplina “scolastica” – criticata e respinta nella sua forma aristotelica, esaltata in quella di filosofia atomistica e chimica – anche una parte che per le sue capacità operative è chiamata “magia”: dunque l’insieme di discipline fisiche, matematiche e chimiche emerso dalle esperienze e dalle ricerche dei “moderni”, ma anche le arti stregonesche e demoniache, della cui realtà il G. è profondamente convinto, pur riservando tutta la sua ammirazione solo alle prime.
Vi sono indizi che negli anni napoletani il Gimma frequentasse quei circoli che, pur sottoposti a pressione inquisitoriale, cercavano di rinnovare l’esperienza investigante.
Egli associò molti ex investiganti all’Accademia degli Spensierati di Rossano Calabro – poi, per iniziativa del Gimma, Società Scientifica degl’Incuriosi – quando, nel 1695, gli fu affidato il compito di riformarla e di guidarla. Inoltre, il matematico A. Monforte, figura di spicco dell’ultima fase investigante, in una lettera ad A. Magliabechi (Lettere dal Regno ad Antonio Magliabechi, II, p. 799), si fece tramite presso l’erudito toscano di una richiesta di notizie biografiche inoltrata dal Gimma.
A ciò va aggiunta la circostanza dell’associazione, avvenuta nel febbraio 1695, all’Accademia degli Uniti di Napoli, la quale annoverava tra i propri membri personaggi in odore di libertinismo e anticurialismo.
Forse è da porre in relazione con queste frequentazioni la notizia, riportata dal Maurodinoia (Orazione…, Fondo D’Addosio, I.40, c. 4v, ma mancano altri riscontri), secondo la quale il Gimma in questi anni avrebbe pubblicato alcune opere sotto falso nome.
Più oscure, invece, le ragioni che portarono, nel biennio 1694-95, all’aggregazione del G. a tre accademie romane: l’ufficialissima, anche se un po’ decaduta, Accademia degli Infecondi e due sue emanazioni, l’Accademia del Platano e l’Accademia dei Pellegrini.
Probabilmente la personalità di collegamento tra esse e il G. fu il protonotario apostolico I. Nardi, della cui familiarità con il G. resta traccia in alcuni frammenti di una corrispondenza che dobbiamo supporre nutrita, ma che a noi è giunta solo sotto forma di citazioni in vari luoghi delle opere di quest’ultimo.
Altrettanto poco chiare sono le vicende legate all’invito, rivolto al G. nel 1695 dalla barese Accademia dei Pigri, ad assumere la carica promotoriale.
Il sodalizio, emanazione del locale collegio gesuitico, aveva essenzialmente un carattere letterario e associava eterogenee figure intellettuali, spesso impegnate nell’esercizio del potere religioso e civile della città. È stato ipotizzato (Iurilli) che l’invito nascesse da un tentativo di rinnovamento dell’Accademia volto a conservare la preminenza cittadina, lentamente erosa da un’accademia scientifica, l’Accademia dei Coraggiosi, di recente fondazione.
Il Gimma mantenne la carica per circa un anno, per poi abbandonarla, dopo avere, a quanto pare, fatto associare personalità di prestigio, tra le quali F. Redi.
Il particolare, riferito dal Maurodinoia (Breve ristretto…, p. 362), potrebbe indicare una qualche forma di legame tra il G. e i circoli galileiani toscani, probabilmente anch’esso mediato dagli ambienti dei “novatori” napoletani, o forse dall’Astorini.
Quanto all’accademia rossanese, nel dicembre 1695 il Gimma fu sollecitato ad assumere l’incarico di rinnovarne gli statuti.
I nuovi regolamenti (Elogi accademici, II, pp. 413-424) ribadirono alcuni caratteri tradizionali del sodalizio: conservarono il governo del principe, i cui poteri di ascrizione furono però limitati ai residenti nel territorio di Rossano; mantennero il calendario già sperimentato delle adunanze, con l’aggiunta di una seduta straordinaria in cui erano lette le comunicazioni inviate dai sodali più famosi, liberi dall’obbligo di presenziare alle riunioni; formalizzarono linee di sviluppo già consolidate, in quanto la maggioranza delle dieci classi in cui vennero divisi gli accademici – grammatici, retori, poeti, storici, filosofi, medici, matematici, giuristi, teologi, più una classe speciale per gli ascritti più famosi – rispondeva a una visione ben poco innovativa. La novità stava nella creazione delle figure del promotore – carica che il Gimma ritagliò per sé -, al quale era assegnato il privilegio esclusivo di procedere all’ascrizione di personalità di chiara fama, e dei censori, di nomina promotoriale, incaricati di vagliare le produzioni letterarie degli associati per la concessione dell’imprimatur accademico, e quindi strumenti per l’attuazione della politica culturale del primo.
Alla fine del giugno 1696 il Gimma fece ritorno in via definitiva a Bari, e quattro anni dopo, nel luglio 1700, ricevette gli ultimi due ordini minori.
I citati ricordi autobiografici non fanno menzione della data in cui fu ordinato sacerdote e quindi dobbiamo ritenere che ciò avvenne dopo il 1701 – ultimo avvenimento ricordato nel manoscritto – e non come vuole il Mauridinoia (Breve ristretto…, p. 369) nello stesso 1700.
Sono di questi anni le prime edizioni certe di sue opere: una raccolta di sonetti e uno scritto (Iudicium Martinianum pro Musitano et recentiorum schola medica) in difesa di C. Musitano, sodale incurioso, entrambi posti all’interno della Nuova Staffetta da Parnasso circa gli affari della medicina di G. Tremigliozzi (Francfort [ma Venezia] 1700).
Anche se il Maurodinoia rubrica la Nuova Staffetta come opera del G., essa è certamente opera del Tremigliozzi, trattandosi della ristampa clandestina – manca il nome dello stampatore sul frontespizio – della sua Staffetta da Parnasso (Roma 1676).
L’affare letterario all’origine della pubblicazione è un attacco polemico portato al Musitano da un esponente della scuola galenica, P.A. De Martino, e la conseguente richiesta del primo di interventi in sua difesa, come prevedevano gli statuti accademici.
L’occasione fu accortamente gestita dal Gimma, che fece convogliare nella ristampa del volume del Tremigliozzi, anch’egli accademico incurioso, non solo le sue scritture, ma anche quelle di altri esponenti dell’accademia rossanese, in modo da ottenere una testimonianza inequivoca dell’allineamento del sodalizio sulle posizioni dei novatores.
Nello Iudicium il G. tracciò il quadro di riferimento ideologico entro cui gli accademici avrebbero dovuto muoversi, giocato da una parte sulla apologia del metodo sperimentale e dei capifila degli innovatori (vi è incluso sorprendentemente anche A. Kircher), dall’altra su una posizione possibilista circa i fondamenti della nuova scienza e sul tentativo di reperire, all’interno della tradizione classica, un filone di sapere di tipo sperimentale, di cui i “novatori” avrebbero raccolto l’eredità.
La polemica accrebbe la fama degli incuriosi e del loro “promotor generale”, che nel 1701 fu ascritto tra i filoponi di Faenza e l’anno dopo fu fatto arcade con il nome di Liredo Messoleo.
Strettamente connessa al ruolo ricoperto in seno al sodalizio calabrese è l’opera alla cui stesura il G. attese dal 1701, i due volumi degli Elogi accademici della Società degli Spensierati di Rossano, apparsi nel 1703 per i tipi del C. Troise di Napoli.
Concepita come il manifesto dell’accademia, essa è costituita da una storia della stessa firmata dal Tremigliozzi, da quarantotto componimenti poetici di vari autori in lode del promotore – gli Applausi accademici – e da ventuno elogi, dedicati dal G. ad altrettanti membri illustri del sodalizio, nei quali l’autore ebbe modo di dare prova di notevole erudizione e abilità oratoria.
Negli anni immediatamente seguenti, a integrazione dell’opera, il G. progettò e, secondo il Maurodinoia (Breve ristretto…, pp. 380-382), scrisse, ma non pubblicò, un terzo volume di elogi che, se doveva ribadire il carattere “moderno” dell’accademia calabrese, fornendo profili di personaggi decisamente schierati su questo versante, nel contempo aveva il compito di assicurarle una solida posizione nella respublica literaria, annunciando fin dal titolo – Elogi accademici della romana Accademia d’Arcadia, parte prima che viene ad essere parte terza per la Società rossanese – il matrimonio tra questa e l’Arcadia, di cui tutti i membri del sodalizio rossanese divennero soci.
Il volume, il cui manoscritto allo stato è da considerarsi perduto, avrebbe incluso l’elogio di personaggi quali B. Bacchini, A. Marchetti, L.A. Muratori, B. Ramazzini, A. Vallisneri seniore e A. Zeno, i quali, con l’occasione, furono ascritti fra gli Incuriosi [tra questi cui risulta variamente legato compare anche Domenico Antonio Gandolfo che nel 1704 fu ascritto agli Incuriosi come si legge in questo DIPLOMA ACCADEMICO autografato dallo stesso GIMMA]
La sua mancata pubblicazione, secondo quello che il Gimma comunicò al Muratori in una lettera del giugno 1705 (Modena, Bibl. Estense, Arch. Muratoriano, filza 66, c. 16), è da far risalire a improvvise e forse strumentali difficoltà frapposte dall’altro promotore del progetto, il “custode” dell’accademia romana, G.M. Crescimbeni.
Nel 1704, intanto, vedeva la luce a Roma un curioso libretto, la Descrizione compendiosa della Biblioteca universale del padre Coronelli.
L’opuscolo, apparso con il nome del G. sul frontespizio ma in realtà a sua firma vi è solo una breve epistola ai lettori, è di difficile interpretazione, essendo una raccolta di scritture del geografo francescano Vincenzo Coronelli, tratte dalla sua opera Biblioteca universale sacro-profana, antico-moderna, cui sono aggiunte altre, quali il permesso di pubblicazione della Biblioteca, l’offerta di vendita dello stampatore, un modello di contratto di vendita, aventi chiare finalità commerciali.
A compimento del tutto vi è poi un farraginoso elenco di opere del Coronelli.
La singolarità del volumetto all’interno della produzione letteraria del Gimma, il fatto che esso non è mai ricordato nei molti luoghi delle sue opere in cui menziona ciò che ha scritto e ciò che ha in programma di scrivere, e il fatto di essere ignorato anche dal suo primo biografo e allievo, D. Maurodinoia, può far pensare che si tratti di un apocrifo, tanto più che lo si potrebbe collegare alle critiche, più o meno velate, che vennero mosse agli Elogi accademici da ambienti romani e di cui è traccia in varie lettere inviate da I. Nardi, pubblicate dal G. nella Idea della storia dell’Italia letterata (I, Napoli 1723, c. n.n. [ma 11r]).
Il ventennio che seguì fu forse il periodo più ricco di soddisfazioni e di stimoli intellettuali della vita del Gimma.
Gli furono offerti onori e incarichi, alcuni dei quali rifiutati perché troppo gravosi: tra questi ultimi, secondo alcune notizie (ma mancano riscontri), anche la sede vescovile di Pozzuoli.
Nel 1705, in predicato di divenire rettore del seminario arcivescovile di Napoli, fu associato all’Accademia Fiorentina.
Andato ad altri l’incarico nella città partenopea, gli fu assegnato dal pontefice Clemente XI un canonicato della cattedrale di Bari e divenne archivista, camerlengo e confessore dell’arcivescovo della città pugliese.
Risale alla fine del giugno di quello stesso anno la prima lettera di una ventennale corrispondenza con A. Vallisneri seniore.
Tale rapporto permise al G. di legare il proprio nome a una delle prime esperienze italiane di giornalismo letterario, la Galleria di Minerva, periodico nel quale il Vallisneri ebbe, almeno fino al penultimo volume, un ruolo assai significativo.
L’attività di giornalista del G. si concretizzò in sei scritture sotto forma di lettere di vario argomento, tre delle quali pubblicate nel tomo V (1706, pp. 264-267, 311-317, 328-330), le rimanenti nel tomo VII (1717, pp. 19-34, 50-55, 68 s.).
La collaborazione al giornale veneziano, per quanto destinata a chiudersi polemicamente, lasciò nel Gimma il desiderio di farsi editore di una pubblicazione periodica, tanto da spingerlo dapprima a progettarne una da pubblicarsi a Bari (lettera di G. ad A. Vallisneri seniore del 1° dic. 1708, in Rovigo, Accademia dei Concordi, Concordi 337.6) e poi, fallita questa speranza, a cercare di varare, ma senza maggior fortuna, un giornale accademico, gli Acta Societatis Ruscianensis, sul modello dei Philosophical Transactions e degli Acta eruditorum di Lipsia (D. Maurodinoia, Breve ristretto…, p. 388).
La crisi dei rapporti con il gruppo redazionale del giornale veneto va fatta risalire alla mancata pubblicazione di uno scritto del G., una stesura in forma ridotta di quelle che diverranno le prime due Dissertationes academicae, proposto fin dal 1708 alla Galleria.
Ma già prima di questo episodio, che coinvolse direttamente anche il Vallisneri, nel quale il G. credette di individuare il principale responsabile della mancata stampa dello scritto, c’è da registrare una sostanziale, benché abilmente celata sul piano formale, emarginazione del barese dal nucleo dei collaboratori principali del periodico.
Gli strascichi della questione – il Gimma, riavuto il manoscritto, accusò il Vallisneri di essere pesantemente intervenuto sul testo – provocarono una interruzione di circa un anno (dal dicembre 1710 al gennaio 1712) nella corrispondenza tra i due, i quali non giunsero a rottura definitiva solo grazie all’intervento di G.M. Lancisi (A. Roncetti, Lettere inedite scientifico-letterarie, Milano 1845, pp. 179-200), che li convinse, per risolvere la contesa, a rimettersi al giudizio di una commissione formata da tre cardinali e presieduta dal segretario di Stato pontificio, F. Paolucci.
In concomitanza con questi avvenimenti era intanto maturata nel G. la risoluzione di rinunciare al beneficio del canonicato e alle altre cariche ecclesiastiche, e rendersi così meno soggetto al controllo dell’arcivescovo di Bari, M. Gaeta, assai determinato nel tentativo di circoscrivere l’esercizio intellettuale del G. entro ambiti più tradizionali.
Il passo, compiuto nell’estate del 1713 (Bari, Arch. capitolare, “Deliberazioni capitolari”, vol. XXI, c. 137r), fu forse facilitato dalla speranza, ben presto sfumata, di ottenere una cattedra nello Studio di Padova, e permise al G. di giungere senza più impedimenti alla stampa del primo volumetto delle Dissertationes academicae (Napoli 1714).
Il nucleo ispiratore dell’opera, costituita da due distinte dissertazioni (De hominibus fabulosis, De fabulosis animalibus), è schiettamente cartesiano, e proclama il rifiuto delle “cause occulte” nello studio dei fenomeni naturali.
Intrecciato a questo motivo, ve ne è però un secondo, di origine baconiana, rappresentato dall’interesse per il mito e per il ruolo positivo che questo ha svolto nelle culture delle origini, nonché come matrice delle teorie scientifiche.
I due temi trovano il loro momento catalizzatore nell’analisi del problema della generazione dei viventi, in cui il Gimma appare preoccupato di confutare la tesi della generazione spontanea e di sostenere invece il principio che “omne simile sibi simile per semen suum producat” (Dissertationes, I, p. 75).
La discussione include una lunga e ambigua digressione sulla questione del concepimento virginale, dove l’autore, pur distinguendo nettamente tra il fenomeno “naturale”, dichiarato insostenibile, e la verità di fede, in quanto tale certissima, lascia spazio a molti dubbi sulla sua reale posizione in quest’ultimo dominio.
Il libro, pur appesantito da un denso argomentare tradizionale, fu accolto al suo apparire con un certo interesse, tanto da meritarsi un esteso sunto-recensione sul Giornale de’ letterati d’Italia (XX [1715], pp. 154-175; XXI [1715], pp. 176-212), che gli riservò toni di ampio e incondizionato consenso.
La decisione, presa dal Gimma nel 1716 anche dietro richiesta della parte italiana, di intervenire nell’annosa polemica che contrapponeva il Vallisneri al naturalista francese N. Andry, lo portò a concepire quella che risultò essere la sua opera più originale, l’i>Idea della storia dell’Italia letterata esposta coll’ordine cronologico dal suo principio fino all’ultimo secolo, in due volumi, stampata da L. Mosca in Napoli nel 1723.
Terminato in prima stesura nel dicembre 1718, il libro fu pubblicato con alcune modifiche solo cinque anni più tardi, sia a causa delle esitazioni del Vallisneri, che ebbe in mano il manoscritto fin dal 1719, sia in quanto divenne oggetto di contesa tra gli ambienti intellettuali toscani che si raccoglievano intorno alle Accademie Fiorentina e della Crusca e il gruppo dei “novatori” veneti, impegnato in quegli anni in un autonomo sforzo di lemmatizzazione dei settori specifici della terminologia scientifica italiana.
L’irrigidirsi delle posizioni a proposito della revisione dell’opera – che, anche se sottoposta a esame solo da parte di letterati veneti, nelle intenzioni dell’autore doveva potersi fregiare dell’imprimatur della prestigiosa Accademia Fiorentina – oltre a ritardarne la stampa, provocò la rinuncia del Gimma al titolo accademico fiorentino.
Pur improntata a un risentimento nazionalistico nei confronti della svalutazione, operata in area francese, della cultura italiana, l’Idea ha il grande merito, che maggiormente risalta laddove il piano dell’opera sia confrontato con altri coevi disegni storiografici, di innovare il modello della storia letteraria prescindendo dall’identificazione tra letteratura e poesia e ampliandolo a domini quali la trattatistica scientifica, politica e storica, nonché la storia delle istituzione culturali.
Il tratto più caratteristico dello scritto consiste, oltre che nell’aperta apologia di Galileo e del suo metodo sperimentale, nel tentativo di inserire le acquisizioni dei “moderni” nel campo delle scienze naturali e della cultura in genere in un quadro di insieme che non prende le distanze dalla concezione biblica di un sapere compiuto, posseduto per dono divino da Adamo e da lui poi trasmesso per via mediata alle nazioni.
Tutto ciò al fine di fondare solidamente la scienza dei “novatori” e di metterla al riparo da una qualsiasi accusa di irreligiosità.
Il disegno però mostra in tal modo una certa dose di eclettismo, in parte dovuto anche a una ricezione indiscriminata e acritica delle fonti.
Curiosità e delusione furono i sentimenti che accompagnarono la circolazione del libro.
Le parole di L. A. Muratori (Carteggio, VI, Firenze 1983, p. 2396), di P. Giannone (Opere, Milano-Napoli 1971, p. 1131) o quelle sprezzanti di S. Maffei (cit. in F. Crucitti-Ullrich, La “Bibliothèque italique”, Milano-Napoli 1974, p. 146) sono a testimonianza di ciò.
Altrettanto significativo è il giudizio, fortemente limitativo, espresso nella recensione dell’opera dalla Bibliothèque italique di Ginevra (II [1728], pp. 13 s.).
La buona sorte del Gimma cessò poco dopo.
Fallito già nel 1720 un ulteriore tentativo di ottenere una cattedra universitaria, quella di fisica sperimentale a Torino, ed esauritasi la corrispondenza con il Vallisneri, dopo il 1725 il Gimma visse in una sorta di limbo intellettuale, isolato e dimenticato, come si evince dall’epistolario del Muratori (Carteggio, XL, Firenze 1987, p. 137).
La salute malferma e il progredire dell’età accesero in lui l’urgenza di giungere alla pubblicazione delle opere terminate da più anni, e in primo luogo della Fisica sotterranea.
I due tomi, il cui titolo completo è Della storia naturale delle gemme, delle pietre e di tutti i minerali, ovvero Della fisica sotterranea, furono stampati a Napoli nel 1730 per i tipi del Mosca e di G. Muzio.
Ma da una lettera al Vallisneri del marzo 1716 (Rovigo, Accademia dei Concordi, Concordi 337.6) sappiamo che a quella data erano già terminati, e che fin da allora il G. si preparava a pubblicarli.
La mancanza di denaro e le questioni relative alla composizione e alla stampa dell’Idea lo distolsero dal proposito per ben quattordici anni.
L’opera è un tentativo di ordinamento e di classificazione degli oggetti del mondo sotterraneo e, allo stesso tempo, uno studio sull’origine delle gemme e sulle loro virtù. Rilevante è la discussione sull’origine dei fossili. In essa il Gimma , dopo avere respinto come “favolose” le tradizionali teorie del seme pietrificante, dell’umor salso e del lusus naturae, conclude a favore dell’interpretazione del fossile come resto di un organismo. Passa quindi a esaminare la questione della presenza di fossili marini in terreni assai distanti dal mare, sottoponendo al vaglio l’ipotesi diluvialista. Gli argomenti fatti propri dal Gimma tendono a mostrare l’inadeguatezza di tale ipotesi e la possibilità di ricorrere, nella spiegazione del fenomeno, a tutto un ventaglio di altre cause. Presenta infine il suo punto di vista, secondo il quale i terreni di reperimento dei fossili sono stati soggetti a modificazioni dovute a eventi naturali – alluvioni, terremoti, eruzioni vulcaniche, fenomeni di estensione o diminuzione della sede marina ecc. – accaduti in un passato “recente”.
A ciò si aggiunge poi una minuziosa descrizione “come la pietrificazione de’ corpi si faccia”. Peculiare è la posizione che il Gimma mostra di sostenere nell’opera, che è stata interpretata come una visione corpuscolaristica della materia, integrata con criteri di spiegazione basati su principi portatori di qualità.
Due anni dopo la Fisica sotterranea, nel 1732, apparve a Napoli per i tipi del Mosca il secondo volume delle Dissertationes academicae.
Composto da due parti, la dissertazione De brutorum anima et vita e la miscellanea De hominibus et animalibus fabulosis, il libro è probabilmente l’unico della produzione del Gimma ascrivibile allo scorcio estremo dei suoi anni.
Il prevalere dell’istanza vitalistica su quella meccanicistico-cartesiana è evidente soprattutto nella dissertazione sull’anima dei bruti, nella quale il Gimma rigetta l’interpretazione dell’animale come semplice macchina e si pronuncia a favore della teoria tradizionale di un’anima sensitiva che ne governa i processi vitali.
Ricco come al solito di grande erudizione, il lavoro testimonia lo sforzo dell’autore di fornire, con l’esplicita dichiarazione dell’appartenenza di tutte le sue opere – stampate e manoscritte – a un unico progetto (p. 14), la possibilità di una loro lettura ideologica unitaria, ma lo sforzo appare contraddittorio, dato che cospicue restano le differenze tra quest’ultima e gli scritti precedenti.
A dire del Maurodinoia, restarono inedite altre due opere del periodo della maturità, il De vegetalibus fabulosis e la Libraria degli scrittori moderni, i cui manoscritti allo stato sono da considerarsi perduti. Il Gimma morì a Bari la notte del 19 ott. 1735 e fu sepolto nella locale chiesa dei teatini.
Un suo ritratto giovanile fa da antiporta agli Elogi accademici, ed è riprodotto nel settimo tomo della Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli (Napoli 1820).

da Cultura-Barocca

L’autore degli Elogi accademici della Società degli Spensierati di Rossanoultima modifica: 2018-10-12T08:24:45+02:00da amaini
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