L’oratoria sacra di Aprosio

Le Lezioni sacre sopra Giona, le più note esperienze di oratoria sacra di Angelico Aprosio, tenute a Genova tra il 1649 ed il 1650, rimasero inedite per esser quindi disperse fra le ben conosciute, secolari peripezie della sua biblioteca.

In linea pratica sono rimasti, nel manoscritto 40 dell’Aprosiana, solo gli Opistographa, una serie di appunti per prediche religiose, brevissimi, scritti in grafia quasi illeggibile, dichiaratamente preparati per un uso personalissimo e senza alcuna pretesa formale: a sfiancarsi nel decifrare il piccolo codice, si ha solo l’impressione che il metodico frate si fosse preparato una sorta di vademecum, un utile elenco di luoghi e citazioni delle Scritture da usare per rinverdire qualche orazione o sostenere qualche possibile incertezza della memoria.

Eppure, se si presta un’attenzione meno svagata al complesso della produzione aprosiana, sostanzialmente scindibile in tre grandi gruppi tematici (1, lavori critico-letterari – 2, scritti biblioteconomici – 3, opere di contenuto moralistico – satireggiante), si evince che le sue esibizioni retoriche non si sono completamente disperse sotto le volte rimbombanti di chiese più o meno affollate: in effetti ciò non sarebbe nemmeno stato in sintonia con la consuetudine ideologica del frate, avvezzo, per narcisismo certo ma altresì per voglia di dire e proporre idee sempre nuove, a conservare ogni suo sforzo intellettuale all’interno dei più svariati serbatoi eruditi.

E, se qualche occasione gliela potevano offrire tanto i suoi grandi repertori biblioteconomici quanto gli interventi critico – letterari, entrambi non scevri di qualche polemica contro le vanità dei dotti, resta fuor di dubbio che la sua oratoria sacra ha finito per “metamorfizzarsi” o meglio ancora per “sublimarsi” (si passino questi termini a loro modo forzati ma ancora una volta ineluttabilmente efficaci) innestandosi sul troncone delle disquisizioni moralistiche che contribuirono a renderlo famoso soprattutto con le pubblicazioni dello Scudo di Rinaldo (parte I) e soprattutto della Grillaia.

Il meccanismo di recupero e, usando un altro orribile quanto pertinente modernismo, di “riciclaggio” era in definitiva così elementare e spontaneo da risultare, per vari aspetti, quasi inavvertibile.

Dal pulpito egli aveva parlato, certo in modo colorito eppure efficiente quanto mediamente adeguato al consueto livello medio basso dell’uditorio, di vizi e vanità, di peccati e tentazioni, di uomini da taverna e di donnacce…di ogni umana debolezza aveva probabilmente reso iridescenti la gravità e le inevitabili punizioni sia terrene che spirituali.

A monte di tali esternazioni retoriche risiedeva altresì un vasto bagaglio di concetti eruditi che il clima rarefatto e talora indolente di certe ritualità avrebbe frequentemente stemperato se non alienato fra l’inerzia intellettuale di troppi fedeli: ma tutto ciò che risultava impronunciabile per le angustie culturali del contingente era comunque recuperabile nel contesto di opere a stampa, di libri dedicati a uomini sapienti capaci di leggere, fra lo svariare delle citazioni e senza affatto scandalizzarsi, sia il messaggio morale e cristiano quanto la filosofia, indubbiamente, controriformista dell’autore.

E così, nello Scudo di Rinaldo come nella Grillaia, il frate intemelio riuscì ad enfatizzare ciò che in chiesa era stato appena in grado di suggerire: fu soprattutto in grado di abbandonarsi al vituperio scherzoso e non, per quanto controllato dall’onesta dissimulazione e dalle mille astuzie dell’erudizione ingegnosa.

Ed ecco allora, onde fare un esempio, che le donnacce -bersaglio quasi istituzionale dell’Aprosio ma anche dei suoi confratelli- finivano per essere avvolte da una spirale di riferimenti acutissimi, di bibliografiche menzioni che ne ricucivano le tortuosità morali per via di casistiche varie e contrastanti, che potevano ora esorcizzare il femminino attraverso i fatti dell’infingarda e pagana Elena quanto della dea puttana, cioè Venere, o che, molto concretamente, trovavano l’energia di demitizzare ogni presunta donnesca virtù, estranea ai ruoli ufficiali della buona moglie e della madre premurosa, in forza dei quei corollari di pettegolezzi che, nei salotti colti, la noia intrecciava sulle vicende di tante, contemporanee cortigiane via, via alla moda o via via ricacciate nel fango dalla perdita, quasi sempre, di bellezza ed utile protezione maschile.

L’oratoria sacra aprosiana, logicamente, si era esperita in molteplici tematiche e qui, per non ribadire un torto che però il frate condivise con la maggior parte dei maschi suoi contemporanei, cioè l’antifemminismo, è preferibile proporre il modo in cui ebbe occasione di servire Stato e Chiesa, sia quale predicatore sia come scrittore moraleggiante.

da Cultura-Barocca

L’oratoria sacra di Aprosioultima modifica: 2018-09-10T12:19:09+02:00da amaini
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