Polemiche letterarie nella Venezia del Seicento

Nel capitolo I de La Sferza Poetica, intitolato a Pietro Michiele (anche Michiel), l’Aprosio disserta, con parecchi spunti pungenti ed anche di critica personale, sull’incapacità presunta di valutare correttamente il regolismo aristotelico in merito alla tragedia ed all’epica con specifica attenzione alla superiorità della tragedia sull’epica: in particolare egli rammenta l’opera del poeta Giovanni Giorgini che parimenti tentò un poema sul Mondo Nuovo e che verisimilmente si trova “impelagato” alla stregua di Alessandro Cariero costretto velocemente a rivedere tutte le sue postulazioni antidantesche.
Il capitolo II è invece dedicato a Giacomo Pighetti e tratta delle caratteristiche che il poema epico deve avere in sintonia con la Poetica di Aristotele.
Più ambizioso è il capitolo III dedicato al conte bolognese Andrea Barbazzi (Barbazza) che affronta la questione dell’unicità della favola di Adone.
L’opera si conclude con alcune lettere-capitolo inviate a corrispondenti aprosiani vale a dire Leonardo Quirini – Francesco Belli e Paolo Zazzeroni (Zazzaroni): si tratta specificatamente dei capitoli XXIV – XXV – XXVI.
L’ultimo capitolo XXVII dedicato ad una dissertazione generale su alcuni difetti intellettuali e comportamentali di Stigliani è dedicato ad altro estemporaneo corrispondente aprosiano Troilo Lancetta uso anche a valersi di pseudonimi per comporre le sue opere come si evince dall’aprosiana Visiera Alzata.
Sulla scia di questi contatti e di tanta operosità intellettuale Venezia assunse ai suoi occhi il porto dell’Ideale, la sede migliore per la sua maturazione e per il suo successo. La città lagunare, regina, solo un pò decaduta, dell’arte della stampa, ancora nodo della cultura europea, centro importante di vita sociale e commerciale, lo avvinse fino al 1647, nell’arco di un soggiorno tanto felice quanto poi rimpianto. Qui strinse gratificanti amicizie con numerosi letterati che facevano capo alla libertineggiante ACCADEMIA DEGLI INCOGNITI, che per una trentina d’anni (1630-1660) si sarebbe riunita attorno al nobile Giovanni Francesco Loredano.
In questo ambiente Aprosio affinò le sue doti, organizzando in modo più concreto e lineare sia i suoi interessi eruditi che la produzione letteraria: intensificò inoltre il panorama dei suoi corrispondenti tra cui Lelio Mancini, Gaspare Scioppio, Leone Allacci e Jacopo Tommasini.
L’incontro più significativo a Venezia fu però quello con la tradizione tipografica veneziana; presto Angelico divenne un assiduo frequentatore dell’importante stamperia di Matteo Leni e Giovanni Vecellio acquistando dimestichezza coi più rinomati librai o editori di città come il Dusinello, il Baba, il Sarzina, il Combi, l’Hertz, il Ginammi, il Pavone, il Valvasense, il Pinelli e quel Guerigli che gli donò preziosi libri, italiani e stranieri, che furono nucleo della “Biblioteca Aprosiana”.
Fu proprio nell’ambiente veneziano che Aprosio prese consapevolezza pratica di quell’attività del mondo degli STAMPATORI e LIBRAI di cui aveva parlato già il GARZONI nella sua LA PIAZZA UNIVERSALE DI TUTTE LE PROFESSIONI DEL MONDO .
La frequentazione di questo mondo culturale lo avvicinò decisamente ad una forma superiore di ACCADEMISMO, delle cui potenzialità, in Liguria e nella stessa Genova non aveva preso consapevolezza piena: così la frequentazione degli ACCADEMICI INCOGNITI, ove si discuteva in libertà d’argomenti “proibiti”, comprese certe licenze sessuali e intellettuali, influenzò la formazione dell’agostiniano intemelio e lo portò poi a cercare sempre nuovi CONSESSI LETTERARI in cui dare prova del suo talento.
Nel corso di svariati incontri culturali egli si accostò al gusto dell’arte erotica e si tuffò nel contesto di vari, pruriginosi dibattiti sul mondo, per lui tanto misterioso quanto affascinante, della femminilità: a questo universo di conoscenze, pervaso di toni misogeni, lo condussero il Loredano e Scipione Errico, giunto a Venezia nel 1643.
Ad Aprosio la scelta dell’ antifemminismo fu però suggerita dal caso di Pietro Michiele (Michiel), Incognito ed autore dell’”Arte degli Amanti“, che Aprosio, in una visita inaspettata (1643), trovò, nel suo castello di Pieve di Cadore, perduto schiavo d’amore nelle mani “…di quella che nelle sue Poesie chiama Donna, il cui vero nome era Apollonia, ferrarese di nascita...”.
Stando a quanto scrisse nel suo repertorio biblioteconomico Aprosio riuscì a conciliare con la morale cristiana la sitazione amorosa del Michiele: in base a quanto scrisse del fatto se ne parlò alquanto e la reputazione del frate agostiniano come abile ad affrontare i casi di coscienza ed esperto nella risoluzione dei conflitti amorosi crebbe a dismisura. Fu forse lui stesso ad alimentare la portata della sua impresa ma indubbiamente la cosa dovette godere di ottima risonanza se un altro Incognito Francesco Maria Gigante tramite una lirica poi edita nel cap. XXIX de Lo Scudo di Rinaldo vanamente chiese il suo aiuto riferendo appunto il caso “fausto” del Michiele non più servo d’amore.
Forse partendo da questa esperienza che lo aveva posto di fronte alle ambizioni ed alla sensualita’ di una donna provocante ma anche un pò per indole e soprattutto per voglia di primeggiare nei salotti, l’agostiniano prese a dire e scrivere contro le donne, specie contro le donne da poco, come era solito precisare, cioè le puttane, le concubine e un pò tutte le povere criste: in realtà voleva più far colore, suscitare “meraviglia” che procurar danni o fomentare polemiche…le donne comuni erano di fatto un ben comodo bersaglio per la sua penna iridescente che sapeva frugare e metter a nudo, con la scusa pietosa d’un predicar da moralista, tra i vizietti e viziacci della provincia veneta.
Ritenendosi protetto dalla sua condizione di religioso, Aprosio finì per calcare un pò troppo la mano sì che si trovò a rendere conto del suo agire proprio ad una femminella, seppur di non poco conto, la suora veneziana Arcangela Tarabotti, in qualche maniera ambiguamente assistitita da Girolamo Brusoni che pure con Arcangela ebbe per parte propria, da autentico avventuriero della penna, ben più severi contrasti (del resto Aprosio a queste dissertazioni era in qualche modo abituato stante il suo sostegno dato a Baldassarre Bonifacio in una disputa teologica avverso l’ebrea Sara Copio Sullam).
Per sua “sventura” si trattava di una donna che, costretta ad entrare in convento per crude leggi di famiglia, era riuscita a far suo il sapere dei maschi e che ora sembrava voler riscattare il proprio sesso dall’inferno dei luoghi comuni…compresi quelli da, quasi due secoli, ormai ben codificati nel Malleus Maleficarum, la “Bibbia” dei cacciatori di streghe e demoni.
La vicenda ebbe un suo retroterra ed anche un seguito.
In origine Angelico e la Tarabotti non erano stati in disaccordo, lei anzi gli ricercava consigli e pareri…..divennero antagonisti solo quando la suora criticò con successo la Satira contro le donne di F. Buoninsegni, amico toscano del “Ventimiglia” che sentì l’obbligo d’intervenire in suo favore, componendo l’antidonnesca Maschera Scoperta di Filofilo Misoponero in risposta all’antisatira di D.A.T. scritta contro la Satira del Sig. Francesco Buoninsegni.
Ma questo lavoretto (del 1645) non superò lo stato di manoscritto (solo recentemente è stato edito da E. Biga) in quanto la Tarabotti ne riuscì ad impedire la pubblicazione, già concordata col Valvasense.
Tal delusione inasprì il Ventimiglia convinto di “quanti siano bestiali le donne e vendicative”: parte della sua rabbia, sconfinante spesso nella Misoginia, si stemperò, ma un pò di veleno contro le femmine, specie se intelligenti od astute, gli rimase in corpo e venne travasato in un’opera piccante e antidonnesca, Lo Scudo di Rinaldo, stampato, sotto pseudonimo di Scipio Glareano, in Venezia nel 1646 per lo Hertz.
Aprosio compì poi a Venezia un incontro importante per il suo futuro, quello col nobile genove Giuliano Spinola che, intendendo assumerlo come istitutore del figlio, lo esortò a tornare con lui a Genova. Aprosio rimase per un pò titubante perché doveva seguire la stampa, presso i veneziani Leni e Vecellio, della parte II del suo Veratro, opera che si sarebbe collocata con rilevo fra gli scritti di critica filomarinista del frate (la pubblicazione di questa poderosa opera non significò l’apposizione di un punto di conclusione alla polemica contro lo Stigliani. Aprosio l’avrebbe forse continuata, come attesta la presenza tra i suoi inediti di due scritti antistiglianei quali il Batto e la Spugna: semplicemente non gli era più facile trovare stampatori e/o “mecenati” disposti a spendere non poco per alimentare una polemica ormai spentasi motu proprio per vetustà e consunzione).
Allorché lo Spinola, di tasca propria, fece sveltamente finire quel lavoro tipografico, Aprosio non avanzò più alcuna obiezione:, anche per curare la malaria, contratta in Dalmazia, l’agostiniano cominciava a sentire il bisogno di curarsi al bel clima ligure. Dapprima dovette accontentarsi di far spedire nel genovesato le trenta casse di libri messe insieme: quell’anno, il 1647, aveva il compito di recarsi in Lubiana, a predicarvi la Quaresima, ospite di Ottone Federico dei conti di Buchaim, Vescovo di quella Diocesi.
Espletati gli impegni Angelico (ormai celebre tanto nella Repubbica delle Lettere e nella Bibliofilia quanto nel Collezionismo Antiquario con l’appellativo de “Il Ventimiglia” dal luogo natio) rientrò un’ultima volta in Venezia, da dove, salutati gli amici, s’imbarcò col “postiglione” per Ferrara dove si intrattenne per alcuni giorni col Cardinal Dongo: lo accompagnava un servitore, assoldato a poco in Lubiana, che lo avrebbe seguito di città in città per rivedere antichi e sparsi amici.
Raggiunto lo Spinola in Piacenza, ANGELICO APROSIO avanzò l’idea di un suo antico sogno, quello di recarsi a Napoli e visitare il bel fiume SEBETO cantato dal suo amatissimo MARINO.
La rivolta antispagnola di Masaniello e la scomparsa dello Spinola lo fecero desistere, inducendolo a tornare presto in Liguria.
Raggiunse Rapallo, ove erano giunte le casse dei libri, e li portò a Genova, intendendo donarli al locale Convento della Consolazione: fra ripensamenti e peripezie alla fine però sistemò la biblioteca a Ventimiglia, dove quasi sempre soggiornò fatti salvi alcuni viaggi per le prediche e l’espletamento in Genova di incarichi religiosi poco dopo la metà del secolo, tra cui quello prestigioso seppur ricoperto in tempi torbidi per la bolla di soppressione dei piccoli conventi di VICARIO GENERALE DELLA CONGREGAZIONE AGOSTINIANA DELLA CONSOLAZIONE (che dismise il 25 aprile del 1654),
non senza aver dovuto affrontare problemi di un certo rilievo, che tuttavia cerca di stemperare nella narrazione del suo repertorio a stampa, diluendoli ora qua ora là, quasi a non dar l’impressione d’averli presi troppo sul lato drammatico…

da Cultura-Barocca

Polemiche letterarie nella Venezia del Seicentoultima modifica: 2018-08-23T09:52:49+02:00da amaini
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